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LA REALE VERITA’ SU CARLO E CAMILLA … IN SEGHERIA

Potrebbe sembrare uno dei tanti gossip che da sempre coinvolgono la coppia Reale d’Inghilterra ma non sono un’esperta in tal senso e credo che di notizie, a mio gusto, poco stimolanti ne siano già  state raccontate. Al contrario sono Realmente onorata di potervi svelare la verità su un luogo che di reale (nel senso regale del termine) ha ben poco ma della quale, negli ultimi mesi, si è molto parlato, spesso superficialmente mi duole ammettere. “Da Carlo e Camilla in Segheria” è il nuovo bistrot low cost, aperto dal noto chef stellato Carlo Cracco,  che si trova all’interno di un (ex) segheria Milanese. Sicuramente non sono solo il nome del locale e dello chef ad avere incuriosito il grande pubblico bensì, scelte di design di recupero ( e non ) alquanto “alla moda”.

 

Ma chi è l’artefice di tale bellezza?

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Tanja Solci, direttore artistico del progetto nonché socia di Cracco, amante, come me, della bellezza in grado di raccontare una storia. Ha ideato concept alquanto fortunati, se si pensa al loro successo come la celebre mostra di Steve MCCurry tenutasi a Milano nel 2010 ( 197mila visitatori con un format esclusivo più longevo della storia delle mostre fotografiche) o il brand Milano (marchio istituzionale tagliato a metà con riga rossa che esce verso l’infinito), primo progetto di merchandising della città ad oggi utilizzato dal comune per comunicazioni di grandi mostre ed EXPO.
 
Ho avuto il piacere di conoscerla  ed intervistarla per scoprire ciò che di reale (nel senso concreto del termine) sta dietro a questo luogo meraviglioso. Una persona trasparente, interessante, solare e generosa. Dopo 4 ore d’intervista, fra chiacchiere di altro genere, fabbri al lavoro, curiosi di passaggio e profumi di cibi in preparazione, questo è il risultato.

1.Finiture dal tipico sapore post-industriale contrastano pezzi di design abilmente selezionati creando un atmosfera rustica ma resa chic dallo studio dei dettagli. La scelta stilistica è d’impatto grazie ad elementi dal forte carattere decorativo. Da dove nasce l’ispirazione per questo mix vincente? E’ una scelta metodica o istintiva?
Sono dell’idea che non esista creatività senza metodo e che non possa esistere un’idea estetica se non racconta una storia. L’ispirazione è nata in parte dalla mia visione dell’empatico incontro con Carlo e la sua famiglia (i Cracco e i Fanti!) ed in parte dalla storia che si cela dietro un luogo così magico come Segheria, composta da tanti tasselli e fortemente percepita dalle persone grazie alle radici invisibili che stanno alla base.
Quando si tratta di parlare di un luogo, molte persone usano la parola “location” come intercalare. Sono laureata in filosofia e non amo per nulla questa parola. Sono convinta che le parole siano veicoli di significato e di attenzione e che lo sforzo nel volere descrivere le cose sia una forma di rispetto per le cose stesse. Così Segheria, come tanti altri luoghi,  non è solo una location.
Costruita negli anni’20 dai miei nonni, Segheria venne bombardata durante la guerra ed in seguito fu ricostruita in modo povero, come era solito fare in quegli anni, ma solido. Conservò la sua funzione fino agli anni ’70 dopodichè rimase chiusa fino al 1999, anno in cui io e mio padre Carlo (combinazione) decidemmo di ristrutturarla.
Non appena rientrata in Segheria, dopo 2 anni trascorsi a Boston, una laurea e varie esperienze lavorative, ne rimasi affascinata con occhi diversi ed ebbi istintivamente il desiderio di fermare il tempo. Dopo qualche discussione convinsi mio padre a limitare al minimo gli interventi di ristrutturazione.  L’intuizione non fu estetica bensì concettuale. Non amo “scimmiottare” ed il concetto di trompe l’oeil non mi appartiene. Inutile artefare luoghi con caratteristiche che non gli appartengono.

2. Salone open space, soffitti altissimi sostenuti da pilastri, muri scrostati, grandi vetrate, mattoni e travi in ferro a vista. Il concept, conforme alle tendenze di design ecosostenibile degli ultimi anni, è quello di dare nuova vita ad un luogo storico recuperandone e mantenendone inalterate le caratteristiche uniche ed originarie. Cos’è stato effettivamente “toccato” all’interno di Segheria?
In realtà gli interventi che sono stati effettuati non sono pochi.
Innanzitutto il riscaldamento, punto cruciale in un luogo ampio come questo. M’ inorridii alla prima ipotesi di mio padre di installare delle tubazioni a vista alla Newyorkese e decisi inizialmente di utilizzare dei metodi temporanei. Successivamente ho proposto a Carlo Cracco di climatizzare il posto come si usa nelle chiese con un riscaldamento a pavimento e lui ha sostenuto subito l’idea. Come una chiesa, come un museo, credo che Segheria abbia qualcosa di magico che invogli la gente ad osservare, fermarsi e fotografare ed io ho sempre lavorato perché ciò accadesse.
Carlo Cracco è stato il condottiero delle imprese che ha chiamato per realizzare il tutto. Io mi sono messa al suo fianco per le scelte artistiche ed estetiche, vigile nel proteggere quel fascino misterioso che ero riuscita a mantenere in questi anni.
In seguito è stata rifatta la colata di cemento sul pavimento ma abbiamo deciso di richiamare la stessa impresa che ristrutturò nel 1999. Ingegner Fisichella; ci tengo a citarlo.
Poi la scelta più importante. Dove posizionare le cucine? Abbiamo deciso di costruirle nell’”ex” casetta dei custudi, ”ex” sede del mio ufficio per i precedenti 15 anni! A dir la verità, come puoi immaginare, non amo neanche la parola EX poiché credo nella stratificazione che è il presente.
Il bancone del bar è stato progettato da zero e mantiene una sua identità ed un racconto a sé. Ho trovato le piastrelle con cui è rivestito su ELLE DECOR e me ne sono innamorata poichè mi hanno ricordato il disegno di alcune cravatte vintage. Ho voluto giocare con il concetto maschile/femminile legato alle figure di Carlo e Camilla. Sono piastrelle pensate per il bagno in realtà, di Florim Ceramiche.
Infine, per poter rendere la struttura ad uso pubblico, abbiamo costruito ben 7 bagni.
Ad un certo punto il cantiere sembrava l’unico opera fondamentale e senza Elena Casati, la mia assistente, non sarei riuscita ad uscirne.

3. L’illuminazione soffusa crea un’atmosfera teatrale capace di enfatizzare ogni dettaglio ed è creata da grandi lampadari antichi di cristallo, privi di luce propria, che riflettono sui tavoli quella di numerosi faretti accuratamente disposti.  A cosa ti sei ispirata?
Tra le tante ispirazioni ( alcuni spettacoli di Bob Wilson, la poesia di Ingo Maurer e i contrasti delle opere di Caravaggio) ci tengo a segnalare due film a cui sono legata: Il Pranzo di Babette del 1987 e Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway del 1989. Mi sono rivolta ad uno storico direttore delle luci che collabora con me dal 2000: Titta Bongiorno. Solo lui poteva mettere in scena ciò che avevo in mente.

4. Io amo fare ricerca e rimango intere giornate sul web o a sfogliare riviste con il costante intento di individuare oggetti di design di nicchia, vintage o di conoscere nuove forme d’arte e designer emergenti. Nel cortile esterno, ma soprattutto nella zona bar, la scelta dell’arredo, doverosamente di recupero ed in perfetto stile anni ’50, è composta da vecchie sedie cinema, tavoli in fòrmica, sedute e sgabelli in legno di vario genere e da un bancone completamente rivestito in ceramica color caffè.  
Com’ è avvenuta la tua ricerca dell’arredo per Segheria?
Anche per me questa parola è fondamentale ed in Segheria si trovano dei pezzi che testimoniano parte della mia ricerca ed il mio piacere per il collezionismo, perciò ho cercato di dare un senso agli spazi tirando fuori i gioielli di famiglia dai miei magazzini (ride) e mobili acquistati da me nel tempo come le sedie cinema ( ne comprai cento qualche anno fà) o il tavolo in fòrmica celeste del bar che acquistai da fornitori di pezzi vintage presenti all’Hangar Bicocca, segnalati da Gianluca Winkler, ideatore di quell’incredibile luogo ed amico. Altri elementi racchiudono ciò che c’è di sacro e di profano nella mia vita; come il mobile da cucina posto in esterno che era di mia nonna paterna, donna modesta e riservata, accostato ad un grande poster fotografico che rappresenta due modelle degli anni’60, montato su legno, appartenente all’altra mia nonna più visionaria e modaiola, i numerosi bauli da viaggio vintage di entrambe e pezzi di design di autori importanti come Ron Arad, Ross Lovegrove, Drogdesign …

5. Le sedute di design Cappellini disegnate da Fronzoni e quelle di Jasper Morrison s’inseriscono armoniosamente nell’ambiente industriale mescolandosi ai più tradizionali e fiabeschi piatti in porcellana di Richard Ginori (nota manifattura italiana acquisita da Gucci nel 2013)  che,  diversi fra loro e fuori produzione, colorano e impreziosiscono la sala da pranzo. L’enorme tavolata centrale richiama l’attenzione degli osservatori, ponendo al centro non solo l’idea di food, ma anche quella di social dining, e del rapporto indissolubile tra cibo e socialitá. Cosa mi racconti di queste scelte?
Mi piace pensare ai progetti in termini di format quindi a progetti senza tempo che non giochino sulle tendenze del momento. Convivialità e condivisione erano le parole chiave. Amo l’idea di fare degli omaggi ed, in questo caso, l’idea di creare un tavolone unico  è nata da una segnalazione di Roberto Da Pozzo, esperto d’immagine con la quale lavoro da 10 anni e allievo di Fronzoni, che s’ispirò ad un temporary restaurant Newyorkese. Così ricordai di un tavolo che disegnai tre anni fa, per il mio amico del cuore Arnoldo Mosca Mondadori che fece un evento in Segheria con Ennio Morricone (Tanja mi indica un tavolo bianco in legno grezzo posto in esterno). Unendo i nostri intuiti ho creato l’enorme tavolata materica composta da assi di legno cercate faticosamente e successivamente cadute nel colore. Amo dare il segno della contemporaneità e, come te, amo i contrasti di stile ed il gioco fra ricordi di ieri e di oggi. Anche la scelta dei piatti di Richard Ginori, decorati e tutti diversi fra loro, mi sembrava perfetta per esprimere la storia che mi guidava e che volevo raccontare in questo progetto. La storia racconta di una casa di campagna “in fabbrica” e di una coppia strana, immaginaria, surreale ( in fondo io e Carlo Cracco abbiamo radici diverse e creatività distinte) che la Domenica, tornata da una battuta di caccia e pronta per pranzare con gli amici, estrae dalla dispensa piatti e stoviglie spaiate ma preziose che ricordano i fasti di un tempo lontano. Inoltre, d’accordo con Cracco, ho voluto mettere in tavola, oltre che il nostro gusto, anche la cultura italiana data da un’azienda manifatturiera storica come Richard Ginori e affiancata, come citavi prima, ad un altro brand più contemporaneo come Cappellini, a cui sono estremamente legata. Dal punto di vista stilistico le sedute Cappellini, A.G.Frozoni da un lato e Jasper Morrison dall’altro, vogliono rimandare all’idea dell’immaginaria coppia d’individui e “fare sedere a tavola” le figure di Carlo e Camilla, una più squadrata e severa e l’altra più morbida e accogliente. Cappellini, Fronzoni e Jasper Morrison, oltre ad essere “grandi marchi”, sono persone che hanno rappresentato molto nella storia del design e mi piaceva concettualmente l’idea di averli al tavolo con noi. Ho scelto il verde pavone per la Tate di Morrison; colore che amo.

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6. Poco tempo fa ho conosciuto Stefano Seletti, timoniere dell’omonima azienda di famiglia che nell’ultimo anno vanta la celebre collezione di stoviglie disegnata con Maurizio Cattelan e Toilet Paper. Parlando di te mi ha raccontato di una possibile collaborazione. Tutto vero?
 
(Ride felice) E’ una cosa che mi illuminerebbe d’immenso. Durante la costruzione del visual di Carlo e Camilla ho progettato una collezione di piatti. Ci ho messo molta energia e molto amore e secondo me sono strepitosi. Mi è sempre piaciuto pensare che l’opportunità dell’incontro tra Carlo Cracco e me potesse creare una storia interessante, credibile e duratura nel tempo riuscendo a costruire un’identità visiva forte in grado di diventare un vero e proprio brand e collabore, per esempio, con un’azienda leader nel settore del design e della grande distribuzione come Seletti. Anche se i miei progetti parlano un linguaggio poetico, ho un’anima molto Pop e l’idea ambiziosa di tradurre la mia ricerca in qualcosa alla portata di tutti. La mia vera sfida sarebbe riuscire a creare idee e prodotti in grado di raggiungere un grande pubblico senza perdere d’identità, come sta accadendo in Segheria. La mia anima pubblica è molto forte, da sempre. Filosoficamente parlando vorrei entrare nella dimensione universale della bellezza con lo scopo di mantenere le mie radici. PS: Anzi, quando intervisterai Stefano digli che sarà un vero piacere sedere al tavolo con lui (ride con dolcezza).

7. Lavori con un team? Meglio soli o ben accompagnati?
Io non sono un’artista; ho un grande rispetto per la parola arte e sono una persona che comprende la bellezza e l’intuizione altrui. Per me il riconoscimento del copyright, del concept e delle diverse creatività che stanno dietro ad un progetto è una cosa seria. In questo, fortunatamente per chi collabora con me, la mia “anima americana” si fa sentire. La creatività va protetta e tutelata, soprattutto nel nostro Paese, poiché è un patrimonio in grado di generare economia e progresso. Direzione artistica significa anche avere la capacità di mettere assieme menti e creatività diverse, salde su di un concetto di base. E’ più forte di me l’esigenza di non essere un one-man show ma piuttosto di coinvolgere, circondarmi e confrontarmi con altre persone di valore che contribuiscano al valore dei miei progetti. Come Roberto Da Pozzo, compagno nei miei progetti o Gianluca Biscalchin, creatore delle nostre illustrazioni, che io considero il nuovo Fornasetti e che ha una mano ed una capacità di rappresentare il mondo in modo ironico eccezionale. Mi piace pensare che una mia idea possa essere fonte di espressione anche per altre persone. Ogni progetto per me è come una grande festa.

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